(Reflexión a propósito de la versión de Frankenstein de Guillermo del Toro)
Este fin de semana se estrenaba en una plataforma de streaming la nueva adaptación de Frankenstein dirigida por Guillermo del Toro. La esperaba con curiosidad: su cine siempre ha tenido esa forma de mirar lo monstruoso desde la belleza y con compasión.
La historia original de Mary Shelley — que sigo considerando una de las obras más luminosas del Romanticismo y de lectura imprescindible — no habla del miedo, sino de la responsabilidad de crear. La autora, apenas con dieciocho años, imaginó un ser nacido de la ciencia, pero sediento de Amor. En ese espejo creado entre las líneas de su obra, vio al propio ser humano: imperfecto, sensible, desesperado por ser aceptado.
Del Toro recoge ese espíritu y lo reinterpreta con un lenguaje pictórico. Su Frankenstein es casi un Caravaggio Cinematográfico, donde la estética de claroscuro revelada en los fuertes contrastes entre la luz y las sombras de las escenas, las transforma en foco dramático y revela, con fuerza, a través del peso de la oscuridad, la forma y la presencia de los personajes. El tenebrismo usado como recurso expresivo por el pintor, llevado aquí al lenguaje visual del cine.
Luego, la intensidad emocional contenida: la luz no solo modela cuerpos, sino que llama la atención sobre gestos, miradas, el instante que trasciende la forma. Esta cualidad pictórica se traslada al cine cuando el plano parece una pintura, cuando la cámara captura eso que solo la luz puede revelar. Del Toro lo hace magistralmente bien en este film.
¿Y el color? El color, en este universo, no es decorativo: es emoción pura. Desde el primer instante, ese azul pavo real que corta la oscuridad en la vestimenta de Elisabeth, la protagonista femenina de la película, se siente como un aliento, un pulso de vida que irrumpe en la muerte.
Esa misma luz, que al principio da origen a la vida del monstruo, reaparece al final como símbolo de renacimiento. Es el gesto que cierra el círculo: la luz que antes fue imposición se convierte en elección. No hace falta explicar la escena; basta intuirla para comprender que la película habla de reconciliarse con lo que uno es, incluso con lo que nunca eligió ser.
El Dr. Frankenstein es un personaje profundamente controvertido. No solo por la ambición que lo lleva a desafiar la muerte, sino por la tormenta interior que lo habita. Crea un ser inmortal que no puede controlar, un espejo vivo de su propia oscuridad. Ese es su verdadero tormento: enfrentarse a la parte de sí mismo que no puede dominar. En contraposición, la criatura —que debería haber sido sombra— se revela como una luz cegadora, un ser inocente e inadaptado que solo busca amar y ser amado. El creador es devorado por su soberbia; el creado, redimido por su pureza.
Una metáfora muy bella se revela ante los ojos de los espectadores: no es la belleza o perfección exterior la muestra de la belleza del alma, esta rehúye y trasciende del aspecto meramente físico.
Hay, en dos horas y media de película, una ternura que desarma. Lo monstruoso se vuelve humano y lo humano, monstruoso. El creador, que quiso vencer a la muerte, acaba enfrentándose a su propia fragilidad; la criatura, que solo pedía amor, termina encarnando la humanidad más pura. Entre ambos queda un eco de perdón, un hilo invisible que une la culpa con la compasión.
Del Toro lo filma con una sensibilidad pictórica increíble, las sombras envuelven; el color aparece como un recordatorio de que la belleza y la vida surgen incluso donde hay dolor y horror.
Y cuando termina, uno no piensa en la ciencia ni en el pecado de crear, sino en esa necesidad tan humana de ser visto, de ser reconocido, de encontrar un lugar en este mundo, a veces tan feroz e inhumano.
Lo confieso que no sé si la película me ha gustado del todo. Tal vez porque no busca gustar, sino remover. El joven actor que encarna a la criatura no alcanza, a mi juicio, la hondura que el papel exige; en cambio, Oscar Isaac —como el doctor— brilla con una interpretación impecable, densa, atormentada. Del Toro, muy él, aquí en su máxima expresión.
Quizá la grandeza de esta historia esté en eso: en obligarnos a mirar de frente la herida. En recordarnos que la inmortalidad, tal como la soñamos, no existe; que lo único que nos trasciende es la compasión, la pureza del alma y el amor.
Porque, en el fondo, todos somos un poco Frankenstein: fragmentos que buscan unión entre sí y sentido, almas que aprenden a reconocerse en la claridad después de tanta sombra.
Almas debajo de la piel.
📸 Mia Goth como Elizabeth en FrankensteinKen Woroner/Netflix
cartelera: @fueradefocolatam
✦ L’anima sotto la pelle ✦
(Riflessione a proposito della versione di Frankenstein di Guillermo del Toro)
Questo fine settimana è uscita su una piattaforma di streaming la nuova versione di Frankenstein, diretta da Guillermo del Toro. La aspettavo con curiosità: il suo cinema ha sempre avuto quel modo unico di guardare al mostruoso attraverso la bellezza, con compassione.
La storia originale di Mary Shelley — che continuo a considerare una delle opere più luminose del Romanticismo, e una lettura imprescindibile — non parla della paura, ma della responsabilità del creare. L’autrice, appena diciottenne, immaginò un essere nato dalla scienza ma assetato d’Amore. In quello specchio tracciato tra le righe della sua opera, vide l’essere umano stesso: imperfetto, sensibile, disperato nel desiderio di essere accettato.
Del Toro raccoglie quello spirito e lo reinterpreta con un linguaggio pittorico. Il suo Frankenstein è quasi un Caravaggio cinematografico, dove l’estetica del chiaroscuro, rivelata dai forti contrasti tra luce e ombra, trasforma la luce in centro drammatico e svela, con forza, l’essenza dei personaggi. Il peso dell’oscurità dà loro forma e presenza. È il tenebrismo usato dal pittore come risorsa espressiva, trasposto qui nel linguaggio visivo del cinema.
Poi, l’intensità emotiva trattenuta: la luce non modella solo i corpi, ma richiama l’attenzione sui gesti, sugli sguardi, sull’attimo che trascende la forma. Questa qualità pittorica si trasferisce al cinema quando l’inquadratura sembra un dipinto, quando la camera cattura ciò che solo la luce può rivelare. Del Toro lo fa magistralmente in questo film.
E il colore? In questo universo, il colore non è decorativo: è emozione pura. Dal primo istante, quel blu pavone che taglia l’oscurità nel vestito di Elizabeth, la protagonista femminile, è come un respiro, un battito di vita che irrompe nella morte.
Quella stessa luce, che all’inizio dà origine alla vita del mostro, riappare alla fine come simbolo di rinascita. È il gesto che chiude il cerchio: la luce che prima era imposizione diventa scelta. Non serve descrivere la scena; basta intuirla per comprendere che il film parla di riconciliarsi con ciò che si è, anche con ciò che non si è scelto di essere.
Il dottor Frankenstein è un personaggio profondamente controverso. Non solo per l’ambizione che lo spinge a sfidare la morte, ma per la tempesta interiore che lo abita. Crea un essere immortale che non può controllare, uno specchio vivente della sua stessa oscurità. Questo è il suo vero tormento: affrontare la parte di sé che non può dominare. Al contrario, la creatura — che avrebbe dovuto essere ombra — si rivela una luce abbagliante, un essere innocente e incompreso che cerca solo di amare ed essere amato. Il creatore è divorato dalla sua superbia; la creatura, redenta dalla sua purezza.
Una metafora meravigliosa si rivela agli occhi dello spettatore: non è la bellezza o la perfezione esteriore a rivelare la bellezza dell’anima; questa sfugge e trascende l’aspetto meramente fisico.
Nelle due ore e mezza di film c’è una tenerezza che disarma. Il mostruoso diventa umano e l’umano, mostruoso. Il creatore, che voleva vincere la morte, finisce per confrontarsi con la propria fragilità; la creatura, che chiedeva solo amore, finisce per incarnare l’umanità più pura. Tra i due rimane un’eco di perdono, un filo invisibile che unisce la colpa alla compassione.
Del Toro filma con una sensibilità pittorica straordinaria: le ombre avvolgono, il colore appare come un promemoria che la bellezza e la vita possono nascere anche dove esistono dolore e orrore.
E quando il film termina, non si pensa alla scienza né al peccato del creare, ma a quel bisogno tanto umano di essere visti, riconosciuti, di trovare un posto in questo mondo, a volte così feroce e disumano.
Lo confesso: non so se il film mi sia piaciuto davvero. Forse perché non cerca di piacere, ma di smuovere. Il giovane attore che interpreta la creatura, a mio avviso, non raggiunge la profondità che il ruolo richiede; al contrario, Oscar Isaac — nel ruolo del dottore — brilla con un’interpretazione impeccabile, densa, tormentata. Del Toro, qui, è se stesso alla massima potenza.
Forse la grandezza di questa storia sta proprio lì: nel costringerci a guardare la ferita. Nel ricordarci che l’immortalità, così come la sogniamo, non esiste; che ciò che davvero ci trascende è la compassione, la purezza dell’anima, l’amore.
Perché, in fondo, siamo tutti un po’ Frankenstein: frammenti che cercano unione e senso, anime che imparano a riconoscersi nella luce dopo tanta ombra. Anime sotto la pelle.





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